Uno dei nostri grandi simboli…...il Cappello Alpino

Gruppo Alpini di Morfasso

Per descrivere il valore del nostro Cappello Alpino, nulla ci sembrava più appropriato di questo estratto dal libro “Centomila Gavette di Ghiaccio” di Guido Bedeschi. Non si compone di poche parole, ma  vale veramente la pena leggerlo…..

In questo paragrafo il Tenente Serri incontra il 10° Reggimento Artiglieria Alpini Julia, con cui sarebbe partito a breve per la Campagna di Russia….

Erano soldati al pari di ogni altro, gli Alpini della Julia; solamente, come tutti gli Alpini, portavano uno strano cappello di feltro a larga tesa, all’indietro sollevata e in avanti ricadente, ornato di una penna nera appiccicata a punta in su sul lato sinistro del cocuzzolo.

Nelle intenzioni allusive di chi la prescrisse, la penna doveva essere d’acquila; ma in effetto gli Alpini, ignari d’ogni complicazione e spregiatori d’ogni retorica, collocavano sopra l’ala penne di corvo, di gallina, di tacchino e di qualunque altro pennuto in cui il buon Dio facesse imbattere lungo le vie della guerra, nere o d’altro colore purché fossero penne lunghe e diritte e stessero a indicare da lontano che s’avanzava un Alpino.

In pratica, la penna sul cappello resisteva rigida e lustra per poco tempo, ben presto si riduceva a un mozzicone malconcio; e qui cominciavano tutti i guai degli Alpini che facevano la guerra: perché, a osservarli da vicino, si capiva subito che in pace e in guerra gli Alpini potevano distaccarsi da tutto meno che dal loro cappello per sbilenco e stravolto che fosse; anzi!

E’un tutt’uno con l’uomo il cappello; tanto che finite le guerre e deposto il grigioverde, il cappello resta al posto d’onore nelle baite alpestri come nelle case di città, distaccato dal chiodo o levato dal cassetto con mano gelosa nelle circostanze speciali, ad esempio per ritrovarsi tra Alpini o per imporlo con ben mascherata commozione sul capo del figlioletto o addirittura dell’ultimo nipote, per vedere quanto gli manca da crescere e se sarà un bell’Alpino; bello poi, a questo punto, significa somigliante al padre o al nonno, che è il padrone del cappello.

C’è una ragione, naturalmente, per tutto ciò; ce ne sono molte. La prima è che dal momento in cui il magazziniere lo sbatte in testa al bocia giunto dalla sua valle alla caserma, il cappello fa la vita dell’Alpino; sembra una cosa da niente, a dirlo, ma mettetevi in coda a un mulo e andate in giro a fare la guerra, e poi saprete. Vi succede allora di vedere che col sole, sia anche quello del centro d’Africa, l’Alpino non conosce caschi di sughero o altri arnesi del genere, ma tiene in testa il suo bravo cappello di feltro bollente, rivoltandolo tutt’al più all’indietro affinché l’ala ripari la nuca, e l’ampia tesa dinanzi agli occhi non dia l’impressione di soffocare; e con la pioggia serve da ombrello e da grondaia; con la neve, da tetto unico e solo per l’Alpino che va su i monti.

Posto in bilico fra naso e fronte quando l’Alpino è sdraiato a dormire al sole e all’aria ed ha per letto le pietre o il fango, con la piccola striscia d’ombra che fa schermo sugli occhi è quanto resta dei ricordi di casa, è il cubicolo minimo che protegge soltanto le pupille, ma col raccolto tepore fa chiudere le palpebre sul sogno del morbido letto lontano, dalla stanza riparata e delle imposte serrate a far più fondo il sonno.

E se l’Alpino ha sete, una sapiente manata sul cocuzzolo ne fa una coppa, buona per attingere acqua quando c’è ressa attorno al pozzo o si balza un istante fuori dei ranghi, durante le marce, verso il vicino ruscello; eccellente perfino a raccogliere, dicano quel che vogliono il Capitano e il medico, la pasta asciutta e addirittura la minestra in brodo - non si scandalizzi nessuno, succede, succede! - nei casi in cui l’ultima latta finisce i suoi servigi sotto una raffica di mitraglia.

E’ tanto amico e compagno, il cappello, che gli si farebbe un torto a sostituirlo con l’elmetto, in trincea; nessuno dice che il feltro ripari dalle pallottole più che l’acciaio, siamo d’accordo, ma è proprio bello averlo in testa a quattro salti dai nemici, ci si sente più Alpini, e pare che il fischio rabbioso debba passare sempre due dita più il là, per non bucarlo; è così che dall’altra parte il nemico vede spuntare dalla trincea quel cappello curioso e quella penna mal ridotta che, a vederla riaffiorare sempre da capo per quanto si spari e si tempesti, sembra che venga a fare il solletico sotto il mento, e viene voglia di scaraventarle addosso l’inferno e farla finita una buona volta, ma fa anche pensare: accidenti, non mollano proprio mai, quei maledetti Alpini!

E’ tutto qui insomma; di cappelli e di uomini ne esistono centomila tipi a questo mondo, ma di Alpini e di cappelli come il loro ce n’è una specie sola, che nasce e resta unica intorno ai monti d’Italia.